Set 09

Caso VI.IX.MMXVII: “JUST DO IT” CONTRO IL MONDO.

Se seguite i social o siete sneakerheads (patiti di sneakers) vi sarete di certo accorti dei numerosi post che parlano di Nike. la celebre firma di sport/street wear è nel mezzo di un polverone mediatico voluto, in parte, dalla stessa azienda.

Lo scompiglio è stato generato da una mastodontica campagna pubblicitaria e di comunicazione avviata dal marchio per celebrare i 30 anni dell’iconico claim “JUST DO IT” che ormai accompagna inseparabilmente il nome del brand.

coloro che hanno avuto fortuna di vedere lo spot prima di leggere i commenti online, avranno sicuramente detto: “che figo!”… questo perché la polemica non gira attorno alle tematiche che il brand cita nel video, bensì il problema è tutto nel testimonial: Colin Kaepernick

La campagna, che in perfetto stile Nike rispetta tutti incoraggiando le masse a dare il meglio di se stessi, ha come volto l’ ex quarterback dei San Francisco 49ers, figura che negli ultimi anni ha fatto parlare molto di se tra gli americani.

 

Il movente per cui Nike ha ingaggiato Colin, ha ben poco a che fare con ragioni di natura sportiva ( Colin è bravo ma non eccelle nella league). Correva il 2016, ed in un caldo 26 agosto Colin pensò bene di attirare l’attenzione degli stati uniti su un gesto a dir poco sconcertante per il popolo che, più di tutti, crede nella propria bandiera e quello chein piewti   rappresenta. Durante l’inno americano, quando i giocatori sono tenuti a stare in piedi in segno di rispetto, Colin è rimasto inginocchiato (genuflesso).

Se ci pensate il gesto è forte, e per comprenderlo dobbiamo fare un salto indietro di un paio d’anni. Terence Crutcher, Philando Castile e Alton Sterling sono solo 3 delle DUCENTOCINQUANTApersone di colore uccise in America dalle forze di polizia solo nel 2016. Tutti nomi protagonisti del movimento Black Lives Matter di cui tanto abbiamo sentito parlare ma che qui in Italia non ha molta presa… diciamo. Da questa situazione, il gesto di Colin. Lascio a voi immaginare le conseguenze, specialmenre sulla sua carriera.

Torniamo al 2018. Nike, imposta la campagna Just Do it intorno alla frase: “Believe in something. Even if it means sacrificing everything”, e la fa dire a Colin, colui che ha creduto nella sua causa al punto da mettere a repentaglio l’intera carriera sportiva rmettendo in dubbio i valori della bandiera ed in quello che rappresenta. Parliamo di concetti come Libertà, Nazionalismo, Uguaglianza ed Autorealizzazione. Aspetti che, declinati nella società Americana, si possono interpretare come Rispetto della diversità e Rispetto per coloro che lottano per rendere il Paese un posto migliore e più sicuro.

 

Questo è quindi il punto che ha fatto storcere il naso ad un buon numero di persone:

Perché Nike dovrebbe rendere uno come Colin il volto del proprio brand? ….Uno che non ha rispetto per il nostro paese, per coloro che sono al fronte a lottare per noi. 

 

Personalmente non ho notato subito la simmetria, e tutt’ora fatico a non vedere la forzatura, ma basta navigare qualche minuto sui blog, ed i profili social di persone americane per rendersi conto che questo è il mood. Un sentimento diffuso che ha portato due principali risultati:

  • Quello calcolato da Nike: Il video è diventato virale raggiungendo quasi 20 milioni di visualizzazioni in 5 giorni.

 

  • La reazione esageramente negativa del popolo contro-Colin. Siamo sinceri: Nike non è “nata ieri”. Aveva calcolato tutto, nei minimi dettagli. Ma forse anche nei suoi incubi peggiori, il responsabile della campagna non si sarebbe immaginato reazioni come questa:

 

…e che questo video diventasse quasi più virale della stessa campagna.

In conclusione: La situazione è sicuramente “da gestire”. La campagna è diventata una propaganda del tutto politica, che vede Nike schierarsi in una posizione chiaramente in antitesi con l’attuale governo americano, ma che probabilmente ha annebbiato i bellissimi messaggi che traspaiono dal video.

“If people say your dreams are crazy…If they laugh at what they think you can do…good….stay that way.
Because what non-believers fail to understand is that calling a dream crazy is not an insult
It’s a compliment.
“Don’t ask if your dreams are crazy. Ask if you’re crazy enough.”

B r i v i d i.

È diventato il mio mantra di vita, giuro.

Prima di lasciarvi vorrei  cogliere l’occasione per citare un passaggio dell’articolo pubblicato da “Il Fatto Quotidiano” online, ed invitarvi a riflettere: .

In Italia quante marche saprebbero fare altrettanto, abituate come sono a rischiare economicamente il meno possibile negli investimenti di comunicazione? […] Pensiamo alla recente copertina del mensile Rolling Stone Noi non stiamo con Salvini.”

King Max

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