Lug 14

Gucci Vs il mondo Hip-Hop: Una lunga storia d’amore

Che si tratti di Gucci o Louis Vuitton o dei più recenti marchi di streetwear che si fondano sulle basi lanciate dai primi pionieri come Stüssy e Supreme, l’influenza dell’hip hop su come ci vestiamo è ormai un fattore innegabile. Ogni epoca di questa sottocultura ha trasformato la corrente pop, attribuendole sfaccettature di ogni tipo, in cui si è potuto assistere ad “esperimenti” che han visto l’alta moda contaminarsi al punto da diventare il target di ceti e gruppi sociali che, in altri contesti, non avrebbero neanche provato a raggiungere certi marchi.Disporre di grafici in grado di mappare come ciascun brand ha influito sulla cultura Hip-Hop di ogni singolo contesto sociale in cui si è sviluppato sarebbe impossibile. Resta però, che alcuni marchi hanno lasciato un impatto duraturo, sia nel campo della moda che della musica e lo stile di vita. Primo fra tutti: Gucci.

Lo scorso Gennaio, la canzone del rapper di Miami Lil Pump – Gucci Gang – è diventata disco di platino. Il frutto del suo successo, oltre al marketing e le particolarità del cantante, sta proprio nell’originalissimotitolo del brano che a sua volta vanta un originalissimotesto.

Ripetitiva ma accattivante, la canzone cita il nome della casa di moda italianafondata nel 1921 e inizialmente specializzata in articoli in pelle. Il brand Gucci è stato citato dai rapper sin dall’inizio. Basi pensare a Radric Davis, che ha portato la sua ossessione verso il marchio al punto di adottare il nome d’arte con il quale lo conosciamo oggi: “Gucci Mane”. Un altro esempio calzante, e decisamente più attuale, è il modo di dire americano “what’s good”, diventato grazie a Kanye West “What’s Gucci?” – Ni*az in Paris.

Ma la domanda resta come ha fatto Gucci a diventare il marchio n1 nell’HipHop?

A parte l’iconico monogramma o il motivo a strisce rosse e verdi, Gucci è stato utilizzato in moltissime produzioni cinematografiche e musicali come un modo per denotare ricchezza e gusto, senza doverlo dire esplicitamente. L’eredità del marchio parla da sé, interpretando una nozione di lusso che fa da contrappunto agli umili inizi della maggior parte dei rapper.

Quell’eredità fu una pietra miliare dell’estetica di Dapper Dan, una figura fondamentale della storia della moda nell’Hip-Hop. Negli anni ’80, il sarto ha preso marchi di case di moda di lusso, come Gucci, e ne ha creato capi da strada e abbigliamento sportivo, nonché pellicce di lusso e interni di auto e furgoni. Tutti capi di abbagliamento e accessori venduti in quartieri frequentati prevalentemente da afroamericani.

In Italia non è molto conosciuto, ma Dapper Dan – il cui vero nome è Daniel Day – faceva le sue borse Gucci, Louis Vuitton e Fendi per clienti come Mike Tyson, LL Cool J e Eric B. e Rakim in stili e taglie che le aziende di lusso non offrivano. Dan, che doveva ricorrere alla contraffazione perché le grosse aziende non gli avrebbero venduto i vestiti di alta moda, inventò un nuovo modo di giocare con i marchi, e allo stesso tempo rese accessibili quelle marche ai neri, che spesso in quei negozi non trovavano nemmeno le taglie adatte a loro.

 

Inutile dire che tra tutti in brand che Dan faceva girare, gucci fosse quello ritenuto più bello, unico, pregiato. Dopotutto, il rap è in gran parte apparenza e Gucci si presta molto bene a quel regno. È audace, opulento e vistoso. Per questo motivo, molti cantanti hanno cercato di arricchire il culto della personalità, anche a scapito della verità, (il non esser così ricchi).

Questa è sempre stata la dualità dell’hip hop, la realtà contro la fantasia. E attraverso questo, Gucci è diventato un sinonimo di un certo tipo di evasione. Proprio come i marchi di lusso hanno imparato l’idea di venderci uno stile di vita idilliaco, così fanno i rapper, a modo loro.

King Max

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