Lug 09

OTR II Milano – Possiamo dire “Io c’ero”

Nel 1988 John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc jockey britannico, trovava le seguenti parole per descrivere il Bad World Tour di Michael Jackson:

 

“Jackson led his dancers, singers and musicians, through less a sequence of songs, more a series of scenes, the whole resembling some futuristic, technological pantomime, with Michael Jackson himself singing some of the world’s best known songs and dancing with such authority, timing and energy that the odd action replay would not have come amiss.”

 

Un commento che, trent’anni dopo, potremmo rivolgere a Beyoncé e Jay-Z , dopo la tappa milanese di OTR II.

Miss e Mr Carter ereditano dall’ineguagliabile King of Pop l’idea che un concerto sia prima di tutto uno show. Intrattenere è la parola d’ordine.

Ma ci aggiungono qualcosa. Si rappresentano trasformando OTR II in un “metaspettacolo”. Durante lo show proiettano sui mega screen alle proprie spalle un video girato in Giamaica, diretto dalla regista cubana Melina Matsoukas, che riassume il litigio dei due, la fuga di lei, l’inseguimento di lui, il ricongiungimento. L’amore.

OTR II diventa così una storia in una storia in un “concerto” – continuo a pensare che questa parola sia riduttiva – che si snocciola sul palco in un effetto matrioska che solamente in piccoli momenti rivela il suo “seme” centrale, l’unità minima capace di dare forma al tutto: Beyoncé e Jay-Z. Tra ballerini, video, cambi di scena, fiamme, musicisti, palchi mobili, camere, droni diventa difficile ricordarsi che i due, in effetti, sono umani come tutti noi.

Ma è nei piccoli gesti come la mano di Jay-Z sul fianco di Bey, i sorrisi, gli sguardi d’intesa, il tenersi per mano, il bacio sfiorato a fine concerto che si percepisce l’umanità della coppia.

Non c’è squilibrio tra i due. Si completano come in un abbraccio e ognuno porta sul palco quello che sa fare meglio.

Lei balla e canta alla perfezione ma questa è un’informazione del tutto “irrilevante”.

Stiamo parlando di Queen Bey, Signori, una donna che ha sempre dimostrato di poter raggiungere la perfezione attraverso la propria performance.

A mio parere gli highlights dello show sono stati due perché tra me e me ho proprio pensato: “Cazzo ma Beyoncé è come tutte noi.”

Durante Don’t Hurt Yourself, singolo tratto da Lemonade, alle parole You can watch my fat ass twist boy” Beyoncé accompagna la mano sinistra sulla chiappa, in una stretta che fa invidia a chiunque, uomini donne e bambini.

Beyoncé trasforma un termine dispregiativo come fat in un simbolo di accettazione.

L’amore è prima di tutto amore per se stessi. E lo canta davanti a 50.000 persone.

“Blindly in love, I fucks with you / ‘Til I realize, I’m just too much for you.”

 

 

Infine, seduta su uno sgabello, dà voce a tutto il suo rancore cantando Resentment, una canzone originariamente destinata a Victoria Beckham e in seguito assegnata a Bey, nel lontano 2006.

Il testo sembra perfetto per raccontare quello che poi è successo con Becky with the good hair al punto che alla frase “I know she was attractive”, Miss Carter la sminuisce in un’espressione di disgusto, con tanto di Dirt off Your Shoulder finale.

 

ONE OF US.

… E poi c’è stato Jay, che ha dato una lezione di autostima a tutti nel più bizzarro dei modi: distruggendocela.

Ma andiamo per gradi. Come si può immaginare, ad un qualsiasi evento in cui c’è Beyoncè, l’85% della folla è li per lei. Poco importa se al suo fianco c’è il king del rap in persona o qualsiasi altro artista. Queen B metterebbe in ombra chiunque.

Eppure non è stato così. Sono bastati due brani a far capire a tutti (Beyhive o meno) che Jay era li con un unico scopo: insegnarci il rap.

 

Nulla di nuovo o di mai visto: la scaletta è stata accuratamente selezionata e Jay, nelle vesti di uno dei più grandi MC di sempre, ha incatenato ogni brano all’OTR show, regalando un autentico concerto rap. La differenza l’ha fatta l’interpretazione. Credetemi se vi dico che a tratti sembrava che fossero tutti e ciquantamila li per lui (ricordiamoci che siamo in Italia a vedere Beyoncè –  immaginate voi il pubblico medio… non so se mi spiego).

 

Eppure tutte le mani erano alzate, il pubblico obbediva a qualsiasi sua richiesta ed il delirio, quello vero, c’è stato quando lui ha sganciato le sue hit. (Nig*az in Paris, Big pimpin’ ecc..)

 

Il pezzo forte?  Loro due insieme. Come ha cantato in Family Feud tratto da 4:44 “What’s better than one billionaire? Two.” Nello specifico loro due che ci hanno mostrato, come mai nessuno prima, il potere della coppia innamorata, inserendo questa equazione in un paradigma composto da Rap e R&B, perfettamente coesi in performance dove (addirittura) si passava dal brano di lui alla hit di lei senza neanche cambiare base.

“Those are two husband-and-wife, best friends, and major artists.”

Kareem “Biggs” Burke, produttore cinematografico amico della coppia, li definisce così.

Questo sono e lo hanno dimostrato a San Siro.

Con la loro arte hanno definito un nuovo standard che difficilmente un artista potrà raggiungere in una performance live.

Siamo davanti a un capitolo di storia che tra trent’anni, cinquant’anni, cento anni, come per Michael Jackson, verrà ricordato?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

Articolo scritto da :

Sneezy

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